Il giudizio critico di Vito Sutto

 

Con una mostra a Grado si chiude un ciclo per Roberto Cardone, una triade di rassegne che ha toccato tre città della memoria e della cultura dell'artista, la prima e' Venezia la seconda e' Trieste e la terza appunto Grado.
Indissolubilmente legate dalla storia del nordest, le tre città sono legate da tre elementi che si possono immediatamente scorgere, l'essere umano con la sua ragione e i suoi sogni e l'acqua che scorre.
La ragione umana, l'uomo, l'io pensante e' la prima riflessione che dobbiamo fare con questa poesia visiva di Cardone. La ragione infatti ferma l'uomo di fronte alla storia ma anche di fronte alla natura, lo pone nell'impossibilità di non soffermarsi a riflettere sulla propria identità, sull'essere anima pensante, che sedimenta davanti alla natura con la compiutezza dell'io razionale, quell'io che forse e' sempre soggetto alla corrente debole emozioni, che forse non si puo' mai sottrarre al gioco profondo di esse, ma che comunque rimane prodotto della logica che guida e converte ogni atto.
In questo senso questa trilogia doveva cominciare a Venezia,dalla capitale della Repubblica di San Marco che fu nella stagione dell'Illuminismo la casa, cioe' chiave razionale, di poeti, scrittori, pittori, una delle capitali del razionalismo europeo .
Venezia fu il razionalista Paolo Sarpi ma anche i fratelli Guardi, il Canaletto e il vedutismo, il razionalismo veneto si espresse nella logica e vigorosa osservazione delle cose, della vita e della storia, il fermo immagine traccia l'identità di una ragione che discorre con se stessa e si mette in crisi, Venezia e' la città della crisi, e' la civiltà del pensiero che si rispecchia in quelle architetture e in quei corsi d'acqua.Tutto questo e' e fu Cardone nell'esperienza veneziana, con una mostra toccante che anticipo' i temi e i tempi di un'altra nuova avventura esistenziale, quella di Trieste.
Trieste è città che balla nel sogno della mitteleuropa,Trieste di Slataper di Svevo e di Saba ,Trieste capitale asburgica assieme a Vienna e Budapest non poteva mancare dall'itinerario di Cardone che in essa trasporto' il sogno oltre alla ragione, la fede e la speranza oltre alla logica, colori e forme vissero a Trieste una nuova intuizione, non una negazione della ragione, ma, consequenziale con essa, una trasposizione in un mondo maggiormante onirico e carico di attesa. Se la mostra di Venezia diceva che l'arte di Roberto Cardone era indissolubilmente questa, con tutta la sua componente di realismo pittorico, la rassegna di Trieste fu la dichiarazione che al di la' di cio' che si conosce puo' rimanere anche dell'altro e che il ludico appartiene all'io nella stessa misura in cui l'individuo si appropria della ragione
La mostra di Grado si muove quindi dalla concretezza che l'uomo, misura di tutte le cose, e' anche l'uomo sogno e inconscio ma tutto si trasforma, tutto muta, in pratica, come diceva la filosofia greca, non possiamo bagnarci due volte della stessa acqua, ma siamo acqua, pensiamo l'acqua, viviamo l'acqua, perche essa e' tutto, essa e' divenire eterno e immutabile ma allo stesso tempo mutamento costante.
Il pittore e' sempre se stesso ma sa cambiare e maturare, si muove e non si ferma, perche' l'acqua della vita e il pensiero non lo consentono.
La mostra di Grado ci riporta anche alle origini della storia personale di Roberto Cardone, alla riscoperta di un mondo remoto ma pur sempre presente nei recessi della memoria, la terra madre , la certezza dell'isola, la consapevolezza che siamo un'umanità di isole che si scrutano e che si stagliano nel sole di questa porzione di mar Mediterraneo, ma che rimangono pur sempre isole, monadi che cercano di avere porte e finestre, ma che spesso sono adombrate dall'incomunicabilità. Anche a Cardone come a Montale non dovremmo "chiedere la parola che mondi possa aprirci", ma solo il sillabare, il cio' che non siamo e cio' che non vogliamo di montaliana memoria che poi si traduce anche nella poesia di Biagio Marin.
Questa di Grado e' rassegna che chiude un ciclo, di storia, di identità di poesia, in altre parole di appartenenza, perche' l'io che pensa sa anche sognare e si lascia sottrarre alla quotidianità dal moto incessante dell'acqua


vito sutto - marzo 2012