Roberto Cardone e le città d’acqua
di Alvise Rampini

Anche se dalla terraferma vi è solo un breve braccio di laguna, pur interrotto da isolotti, barene, nonché dal ponte stradale, Grado è e rimane un’isola. Si sente culturalmente un mondo a sé, dominato dall’elemento acqua  e da ciò che l’acqua  riflette, azzurri infiniti di cielo e squarci abbaglianti di luce.
L’artista che colga tutto ciò non può che esprimere una sua piena originalità, subendo il fascino di un ambiente del tutto particolare, fatto di strette calli, di mare, di tratti di sabbie selvagge ricche di vegetazione, di barche che vanno e vengono, di pescatori  nel piccolo, antico ed intimo porto.
La Grado turistica che conoscono gli estranei è un’altra città, sovrapposta, nelle affollate estati, ad una realtà senza tempo.
Paese mio,
picolo nío e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli
così riecheggiano i versi di Biagio Marin. Roberto Cardone, forse perché ha ereditato dalla famiglia materna il senso dell’identità gradese, ritorna spesso con le sue opere sui temi che gli rendono cara l’isola, restituendoci trasfigurati angoli di questo grande scrigno di bellezza posto in mezzo alla laguna, con il senso di una decaduta, ma straordinaria regina dell’Adriatico.
Nei suoi squarci di cielo, di un azzurro intenso, che appaiono fra le mura delle vecchie calli spersonalizzate dall’irrompere della luce non possiamo non riconoscere proprio la Grado autentica: non c’è altro luogo con il quale ci si possa confondere.
Cardone con quei colori ci dà una  dimensione culturale viva non solo di una architettura storica, ma ci lascia indovinare come dietro di essa ci siano le ombre discrete di una civiltà. Le linee degli edifici coincidono con gli elementi naturali per cui non si comprende se sia stato l’uomo ad adeguarsi allo splendido manifestarsi  di un  piccolo universo isolano o sia  piuttosto questo ad avere assecondato un’arte che ispira l’arte.
L’artista, però, non si sofferma soltanto a guardare, nella sua isola, l’elemento urbanistico, ma va a spaziare sull’infinito orizzonte marino, popolato di barche che forse non hanno mai navigato se non nella fantasia ma che non può sfuggire evidentemente la simbologia di questo mezzo indispensabile per chi vive sull’acqua e dell’acqua. La barca è, infatti, nel suo ristretto spazio, ancora una volta un’isola, non ferma, ma navigante sia su acque tranquille sia per acque tempestose. L’intensità sentimentale con cui l’artista ce le propone  ci traduce un complesso di emozioni che va al di là del simbolo. Le tinte talora si accentuano talora si attenuano, il segno è ora marcato ora si fa lieve come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di fantasmatico, di nostalgie nordiche, presto esorcizzate dal marcare con il colore intenso di una vela o di una tenda i contrapposti caratteri mediterranei.

E 'ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co' l'ánema in t'i vogi e 'l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.
E’ ancora Marin a riemergere quando il pittore naviga con queste barche caricandovi la fantasia e la creatività, muovendo i suoi sogni con le pennellate leggere, mai timorose di offendere una tela che già nel suo tessuto pare dischiudergli dei segreti, come quella di una bricola sempre presente in tutti i dipinti.
Le barche però non vanno da sole alla deriva: lasciano indovinare gli uomini che sono ai comandi, che le hanno costruite con esperienza e maestria. Sono spesso le barche dei pescatori segno della dura vita della gente di Grado che dalle sue origini ha vissuto a livello popolare proprio della pesca in laguna ed in Adriatico e dove la sua ricca storia è passata accanto a questo vivere semplice contrassegnato dal sacrificio e ripagato da una dignitosa povertà.
Cardone ci restituisce con eccezionale fedeltà la vita della Grado “pescaora”: c’è chi si protende sulle barche, chi accomoda le reti, chi fa altri lavori.
Ci offre anche  quei simpatici quadri di indolenza della gente di mare, gente speciale, ricca di silenziose filosofie, di gesti essenziali, di poche parole.
Qui l’arte del pittore nostro contemporaneo diventa un enigma. Gli uomini non hanno un volto, i loro tratti sono quelli di tutti e di nessuno, non hanno una identità. Il messaggio che probabilmente ci vuole lasciare è quello di una denuncia schietta e ripetuta dell’anonimato in cui tutti noi rischiamo di cadere e tanto più appare drammatico in una realtà come Grado, ove le seduzioni esterne fanno perdere la tradizione, legata ai nomi ed ai soprannomi, alle famiglie e, in questo caso, agli equipaggi delle barche.
Effettivamente qualcosa sta per estinguersi anche su quella che viene chiamata dagli operatori turistici “l’isola d’oro”.
Quel che si è quasi del tutto eclissato è l’ambiente naturale della laguna. Mezzo secolo fa sull’isola e sulle isole d’intorno, lungo i canali e nelle terre umide di laguna, ancora v’era custodito un insieme unico di vegetazione spontanea, di tratti sabbiosi, di angoli ove la bassa marea consegnava una vista e l’alta creava, con le sue acque pulite, un paesaggio unico dove la flora corrispondeva la fauna ed era proprio questo insieme una delle bellezze autentiche dell’isola, capace di stupire e di lasciar ammirato non solo il nativo, ma anche il villeggiante.
L’artista più che ritrarre immagina la sua Grado com’era un tempo, con la sua vegetazione, con le sue acque, con i suoi orizzonti sgombri da qualsiasi intervento umano. Ne escono fuori, per chi li ha visti davvero, dei paesaggi nei quali traspare la nostalgia, ma soprattutto commozione di fronte allo spettacolo offerto dalla natura.

Maravegiusi ingani
dei fiuri che no' dura
dei nuòli sensa afani
che navega per l'aria asura.
Sono scene di solitudine, altro dramma dell’uomo d’oggi, che ieri veniva ad essere colmato proprio da queste visioni di grande bellezza  di una  prodiga realtà naturale. L’artista passa questo sogno di stagione in stagione, dalla fioritura primaverile, con l’esuberanza coloristica, al freddo biancore del ghiaccio  invernale che sembra cristallo.
E’ un mondo selvaggio che pare contrapporsi al nostro mondo ipertecnologico e cementizzato, con un orizzonte infinito, con una purezza unica ed irripetibile.
Ciò non sembri in contrasto con l’omaggio che Cardone fa a Venezia, così vicina ad Aquileia come origini storiche e quindi a Grado, due città di mare, nate dal mare e cresciute grazie al mare.
Grado e Venezia, dunque, unite dallo stesso elemento, dagli stessi colori, dalla stessa luce, non come operazione nostalgica, ma come  rinascita sentimentale che esce dai pennelli e si espande sulla tela, si allarga a chi vede e si espande in una omogenea  visione di identità.
Così  acquistano vita non solo i paesaggi, ma anche gli interni, quegli oggetti messi assieme per riflettere nella loro apparente banalità un desiderio artistico che va oltre l’espressione elementare dell’essere e diventa momento di crescita e di comunicazione pura.
E’ vero che nessun uomo è un’isola, ma Cardone riesce a farci portare alla conoscenza di un grande universo umano nella piccola isola di Grado, fra i pescatori senza volto e le barene ripescate dal sogno antico di una laguna ormai profondamente mutata, anch’essa, di fronte alle leggi del tempo